La mancanza

(Poemetto in falsa prosa sulla metempsicosi)

Lo specchio si spalanca come un baratro alla porta
del mio corpo, il mio volto sconvolto vi si perde.
Il labile confine del mio porto si spinge oltre la giovane esistenza
di quest'umana che si guarda in faccia
e non trova il capo di se stessa. Sento un respiro che mi manca,
un altro corpo e un'altra chioma che s'affaccia
nuda e cruda al pelo dello specchio.
Mi manca quella barba, quello sterno adunco, ricoperto
di costole a me ignote. Rivoglio una toga, una parrucca,
un po' di carmine e di cipria sulle gote.
Mi manca il vecchio cuore per amare alla follia gli sconosciuti,
per odiare ancora quei nemici, forse attualmente divenuti
la mia gatta o la mia pianta. O mio padre, o mia madre
affaccendata e stanca, che scrive sul filo di un bucato
tutto cio' ch'io impressi con la penna e lo stilo
sul foglio consunto del passato.
Mi mancano le vesti vittoriane, il marmo e il vento fra le case,
la fuliggine argentea sulle strade. Il te' della mattina presto,
quando i sogni coloravano il silenzio di mille ghirigori senza senso,
quelli che ingabbiavo fra le righe di vecchie pergamene
con l'ansia di rimare un altro verso,
di vendere un po' della mia arte.
Di chiarire l'arte anche a me stesso, per comprendere
il sadico linguaggio delle carte, ove s'e' infiltrato un sangue secco
che non m'ha fruttato altro che morte.
Mi mancano i tuoi abbracci, come sempre,
nel cielo gonfio contro i grattacieli,
quando le storie come figlie in fiore appendevano
sguardi sulle menti, appendevano frutti sopra ai meli.
E la realta' sembrava cosi' ariosa, il futuro e il progresso nostri soci,
le macchine servivano a viaggiare e non a ridondarci
di clausure, a ingolfarci con le loro voci.
Mi manco io, e soffro di un dolore che la mente non comprende
e non ricorda, un petto teso a ponte su migliaia
di intangibili esistenze, col fardello di vibrare ancora
come una corda al tragico splendore che accende vite
vecchie come il mondo...senza mai riaverne un solo giorno,
ne' godermi cio' che sono ora.
Col braccio scheletrico proteso ad afferrarne il succo di ciliegia,
cerco in uno spasmo di ascoltarne l'eco che mi assilla:
uno Spirito s'accalca e sfregia con ampi graffi
e lacrime la mia non colpevole scintilla,
mentre mi conduce a ombrose tombe, miriadi d'epitaffi
che io leggo mentre lui sogghigna.
E i miei fiori sono crisantemi, vele le lenzuola che mia madre
stende sul balcone. Le sbarre di ringhiera una prigione
come la Bastiglia; la tovaglia e' un feudo del Giappone,
la scopa un destriero con la croce, e la croce appesa al muro del duemila
mi riporta a Roma e in Palestina, mi riporta mura penitenti
di roghi e rustici conventi, malanni senza nome o medicina.
Il te' bolle ugualmente come prima,
la gola lo ricorda e l'anima lo associa a noi,
che ne gustammo di anno in anno il caldo aroma.
La nota d'un violino ci ridona una Baker Street di qualche infanzia,
un Oriente misterioso, spettri assassinati
e ricomposti in pose senza grazia.
E quell'occhio impresso sul soffitto non e' un lume,
ma un canto della Nubia; uno scritto di Cartesio,
un soldo americano, un segno in qualche tempio dell'Egitto...
Mi manco! Mi manca il limite di una vita sola!
La barriera che protegge e ingoia tutti i ricordi
di chi siamo stati, di come e quando siamo trapassati
di ballo in ballo come ad una festa, dove chi danza muore in scena
e rinasce al ritmo dell'orchestra.
Sono donna, uomo, bestia, schiuma sulla sponda,
sono emozione, albero e risposta, sono dubbio e domanda,
sono l'acqua che muta senza sosta e persino un sorriso di Gioconda,
la casa che crolla in mezzo al bosco...e sono il bosco!
Sono un pallido rigurgito di ombra.
E mentre sono, mi manco per com'ero, per cio' che fui in passato
e nel futuro, per questo circolo senza riposo
che mi costringe a zampillare corpi in turbini di epoche,
bruciando al cielo offerte di speranza.
Che mi concede infinite vite
per farmene sentire la mancanza.

© Valentina Tagliabue. Questa poesia, cosi' come ogni altro contenuto del sito, e' protetto dalla normativa sul Diritto d'Autore.