L'ultimo cantastorie

Il menestrello ha scordato la cetra
sul masso orlato di raggi lunari:
narro' i ricordi piu' orridi e cari,
carezzo' il tempo lontano degli avi
con ghirigori di sangue e di pietra,
di fulmini giunti in sella alle navi.
Va il menestrello per colline brulle
per prati e campi di note e poesia,
canta le tombe e le floride culle
che sbircia talvolta all'arrivo in citta',
ma non v'e' alcuno che a lui rendera'
gli anni che il canto gli portera' via.
Va il menestrello per corti e padroni
senza mai essere al soldo o alla gogna,
grida alle piazze le scabre opinioni
di chi fa arte e non vanto o vergogna,
salta dai salici ai rivi, alle regge
di antichi usi ed inutili guerre,
esita un attimo, inventa, corregge,
crea nuovi mari a bagnare altre terre,
forgia emozioni, intreccia destini,
ridona ai vecchi i lor occhi bambini,
riserva all'arpa il suo tocco d'amante,
soffia nel flauto il suo fiato trillante.
Va il menestrello, raccoglie monete
nel suo cappello consunto di fiere,
rifiutera' per placarsi la sete
le nostre lodi annegate nel bere.
Rifuggira' le donne e le fiasche,
il nostro vivere amaro d'assenzio:
ha la sua casa in un nido di frasche,
non teme nulla se non il silenzio.
Va il menestrello, lontano dal mondo
dai borghi gonfi di calde dimore,
risa di madre e di bimbo giocondo
son melodie per passare altre ore.
La sua famiglia e' di implumi e di felci,
il suo giaciglio e' di luna crescente...
lui, che non parla se non alle selci
e per noi narra ma non dice niente.
Il menestrello ha donato la cetra
ai gufi, alla notte lenta a passare;
si e' rannicchiato sulla salda pietra
sotto ai castagni che stanno a guardare.
Oltre le stelle, in capo alle creste,
scambierà il flauto con una cometa:
resti lei qui a rallegrarci le feste,
musica d'astri di un cosmo poeta.

...

© Valentina Tagliabue. Questa poesia, cosi' come ogni altro contenuto del sito, e' protetto dalla normativa sul Diritto d'Autore.

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