Il palazzo in rovina

I capolini di marzo, sfacciati
sul suolo dal gelo inibito,
cantano all'assi di vecchie verande
leggende di un eros proibito,
mentre di sopra alle pergole
secche, su busti di marmo scalfiti
tuban colombi che s'amano
sotto i telai arrugginiti.
Vive le ortiche e le erbacce
e pulsante l'intrico di crepe,
spiano lucertole e grilli un giardino
piu' insipido la' oltre la siepe...
e i vecchi vialetti a memoria dei passi
risuonano d'api e cicale,
si bagnano sotto la grandine e un eco
d'oceano li inebria di sale.
Brontola un rivolo senza piu' nome,
piu' torbido oggi di allora:
piu' non vi e' pula di grano sotto alla macina
e al perno che cigola ancora.
Ma serbano l'erbe le vecchie congiure,
i dimentichi sogni, gli austeri bisogni
e i piccanti misfatti,
crollano archi e capriate e soltanto i cipressi
rimangono intatti...
la' dove giacciono tombe sbiadite e corrose
su un suolo dal cardo violato,
a rimarcare che, infine, soltanto concime
divengono gli uomini e il loro operato.

© Valentina Tagliabue. Questa poesia, cosi' come ogni altro contenuto del sito, e' protetto dalla normativa sul Diritto d'Autore.