Il cacciatore

La corsa nel folto di felci e' finita.
Non ho i suoi polmoni, ne' ferro che esplode,
gocciola via da quegli occhi la vita
in un solo sospeso momento...
l'attonita selva le dedica un'ode
di canne che vibrano al vento.
Quella coltre di pelo vermiglio
gia' s'era nascosta fra l'edera rossa,
le rispondeva un latrato di figlio
a ogni strenuo sospiro silente
di preda e di madre percossa.
Lei a testa in giu', fra le nebbie del niente,
fra il carminio che oscura la vista...
lui, l'uomo che fischia a ritmo dei passi
un lamento che il bosco rattrista.
Piangono i salici nei balzi del rivo
e piange il corvo sulla bocca del monte,
s'azzarda persino il gheppio piu' schivo
a coprire con ombre distratte
le spine che lei porta in fronte.
Seguono i corvi per rupi e per fratte
quella marcia di morte; tacciono i grilli
e le quiete cicale non piu' mattiniere
non fan rimbalzare i gioiosi lor trilli
sul sangue che segna le sue mulattiere.
Si tinge di porpora cupo, di tetro cremisi
il cielo innocente del nuovo mattino,
lui va per le valli recando veleno e sorrisi
e una coda che pende,
una testa riversa ad eroico bottino.
Nessuno nemmeno stavolta difende
colui che la segue senza piu' fiato:
nemmeno per lei versa un pianto
niun'altri che il fiume amaranto
e il cucciolo suo abbandonato.
E nel buio del bosco ho il mio posto
nel ventre di una tana non mia,
nel ventre dell'uomo e' l'arrosto
e il pelo gli orna l'odiata architrave,
la pioggia scolora le nude ossa cave
e spazza, pietosa, dal sangue la via.

© Valentina Tagliabue. Questa poesia, cosi' come ogni altro contenuto del sito, e' protetto dalla normativa sul Diritto d'Autore.