Edgar Allan Poe

Ponti d'acciaio erodono pietre di volta piu' austera.
S'accalcano cumuli d'auto, genti dimentiche pongono
ferro ed asfalto sul flebile corpo di un'altra era.
Cauto, nell'antro di un tetto un corvo si stacca.
Il rauco frullio maledetto rimbalza fra un rombo e un alterco,
tratteggia una sagoma d'ombra sulla risacca.
Plana in un campo sgomento, deserto,
divelto, lasciato a se stesso,
senza piu' neanche una sfatta baracca
da contrappunto al suo muto silenzio.
Gracchia. Fasci di ortiche sussurrano odi
che il gretto non tocca, che il Cielo non sa e non ascolta.
Mentre la roccia corrotta di lei, Baltimora,
gronda sorgenti di sangue, disegna rose e vaneggia
chiamando "Annabel!", o "Lenora!".
Grida. L'innata notte gli macchia le penne di cupo spavento.
Il corvo, come un ricordo, si alza e si perde nel vento,
ritorna, si posa e poi tace.
Per lui dalla cinebra veste, oscura mente che giace
sotto quel fondo, lui che strappo' al nostro mondo
l'arte di un sogno, viaggiando negli inferi paradisiaci
del nostro se' condiviso e profondo.
Stride. Esala una volta stellata, scrive uno sfondo
perduto nel rio di una rima passata.
Per l'uomo che ha fatto un tutt'uno di veglia e di sonno.
Per lui, che l'eterna possenza del cosmo ha disparso
sul nostro piu' umile suolo...amato e insegnato e onorato,
e morto da solo.
Canta quel corvo una triste, struggente ballata al popolo sordo
che in grumi di auto consuma la vita fra strada e fatiche,
senza ne' un verso, ne' una cadenza ritmata
a nutrirgli quell'arida, asina psiche.
Tace. e' l'ultimo misero vecchio frammento
di un uomo nel grembo del tempo,
che ora riposa nel suo piu' segreto delirio, in pace e contento,
e guarda morire quel corvo che se ne va sorridendo
di becco e di petto all'aurora...
Compone una strofa in chiusura l'implume carcassa
nel seno di un campo, sopra la faccia disfatta
di Baltimora.

© Valentina Tagliabue. Questa poesia, cosi' come ogni altro contenuto del sito, e' protetto dalla normativa sul Diritto d'Autore.